La devozione ai Santi

Omelia del 22 maggio 1975

 

In quest’anno 1975 si compiono dieci anni dalla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Tra le tante cose, tutte belle e importanti, che il Concilio ci ha insegnato, ci sono anche degli insegnamenti preziosi riguardo alla devozione che noi dobbiamo ai Santi, al culto dei Santi. Vorrei presentarvi alcuni di questi insegnamenti oggi, nella solennità di Santa Rita, perché veramente questa festa possiamo celebrarla così come la Chiesa richiede da noi e come evidentemente Santa Rita desidera dai veri devoti.

Anzitutto, perché ricordiamo i Santi? Per capire la devozione ai Santi, dobbiamo capire che cos’è la Chiesa. Devozione ai Santi non vuol dire semplicemente che un cristiano, per conto suo, si mette davanti ad un’immagine di Santa Rita e lì prega per ottenere una grazia come se al mondo ci fossero soltanto lui e Santa Rita. No. La devozione ai Santi vuol dire ricordarsi chi sono i Santi nella Chiesa e come tutti insieme, nella Chiesa, noi formiamo la famiglia dei figli di Dio. Ecco allora il Concilio a dirci che tra i discepoli di Gesù Cristo alcuni sono pellegrini sulla terra e siamo noi, ancora viventi su questa terra; altri, passati da questa vita, stanno purificandosi nel purgatorio e altri godono nella gloria contemplando chiaramente Dio uno e trino quale egli è (LG 49). Ecco i Santi, quelli che noi chiamiamo Santi, tra cui Santa Rita.

Dunque abbiamo tre categorie di cristiani: sulla terra, nel purgatorio e in cielo. Ma tutti insieme, formiamo una sola grande famiglia che si chiama la Chiesa perché, dice ancora il Concilio, “tutti, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo”, siamo uniti nell’amare Dio e nell’amare i fratelli, “e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui” (LG 49). È quanto ci insegna il Vangelo che abbiamo sentito adesso, dove Gesù dice: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5); noi tutti facciamo una cosa sola con Gesù e tra noi: ecco la Chiesa. Nella lettura San Paolo ci ha ricordato che tutti dobbiamo sentirci solidali tra di noi, sentirci fratelli, mai essere indifferenti verso gli altri. “Amatevi gli uni gli altri – ci ha detto San Paolo – con affetto fraterno... Siate solleciti per le necessità dei fratelli. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15). È quello che ha fatto Santa Rita, sempre così dimentica di sé, sempre così aperta agli altri, disposta a comprendere gli altri, a gioire e a soffrire con gli altri, ad aiutare tutti quelli che avevano bisogno, nella sua famiglia e fuori.

Imitare i Santi

Un altro insegnamento ci dà il Concilio. È l’impegno che noi dobbiamo mettere per imitare i Santi. La Chiesa è santa, lo diremo fra un momento nel credo: “la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”, ed è santa specialmente in quei fratelli che noi chiamiamo i Santi. Ma tutta la Chiesa deve essere santa, e tutti noi dobbiamo cercare di diventare santi; perciò dobbiamo cercare di fare quello che hanno fatto i Santi. “Ci è insegnata una via sicurissima – leggiamo nel Concilio – per la quale, tra le mutevoli cose del mondo potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno” (LG 50). Così, la parola può spaventarci, siamo chiamati a farci santi... Ma, i Santi non sono santi perché fanno dei miracoli (o meglio i miracoli li fa Dio solo, i Santi con la preghiera ottengono le grazie di Dio per noi); no, i Santi sono santi in quanto hanno amato Gesù Cristo, Dio nostro Padre, ed hanno amato i fratelli. In questo consiste la santità e, come il Concilio ci ricorda, ciascuno, nella propria condizione, può diventare santo e tutti dobbiamo aspirare a diventare santi. La santità non è per niente un monopolio dei vescovi, dei frati, delle monache. Santo può diventare un operaio, un padre di famiglia, un professionista: sante potete diventare voi, madri di famiglia che siete qui; santi sono chiamati a diventare i vostri bambini se voi li educate ad amare sinceramente il Signore e i fratelli; tutti siamo chiamati alla santità. E la santità di S. Rita è un esempio per noi. Certo essa ha fatto anche delle cose straordinarie, ma la sua vita non è stata un tessuto di cose straordinarie; la sua vita è stata vissuta nella famiglia, nel lavoro, nell’accettazione della fatica, della sofferenza, nella preghiera, e in questo noi dobbiamo cercare di imitarla. Nella preghiera d’inizio della Messa, abbiamo chiesto specialmente questa grazia, di imitare Santa Rita nell’accettare la sofferenza. È un uso caro ai devoti di S. Rita, quello di portare a casa le rose benedette, e va bene: ma anche le rose di Santa Rita, io credo, hanno le loro spine. Il che vuol dire che anche noi, nella nostra vita, non abbiamo soltanto delle rose ma anche delle spine, e dobbiamo accettarle; e non semplicemente le spine lasciarle agli altri e noi tenere le rose, ma prendere la nostra parte anche di spine come l’ha presa Santa Rita per unirsi a Gesù che ha tanto sofferto.

La festa dei Santi

Un’altra cosa. Celebriamo la festa di Santa Rita: perché siete venuti qui oggi a celebrare questa festa? Io mi immagino che siate pur venuti per chiedere qualche cosa a S. Rita. Qualche grazia, come si dice, ed è giusto. Noi possiamo aspettarci le grazie dai Santi o meglio, come ho detto, possiamo aspettarci, aver fiducia, che il Signore, pregato dai Santi, ci faccia i suoi doni, le sue grazie. Il Concilio ci ricorda: i Santi, “ammessi nella patria e presenti al Signore, per mezzo di lui, con lui e in lui, non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini” (LG 48). L’unico mediatore è Gesù; è lui soltanto il Salvatore; è nel nome di lui che siamo stati perdonati dei nostri peccati, che ci è stata aperta la via al paradiso. Il cristiano non è uno che crede in Santa Rita o in Sant’Antonio; il cristiano è uno che crede in nostro Signore Gesù Cristo e ricorre anche all’intercessione dei Santi, è in primo luogo di quella che è la più santa delle creature: Maria Santissima; ma il Salvatore rimane sempre unicamente lui: Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

I Santi conducono a Cristo

Mi pare che già qualche volta, negli anni scorsi, vi ho ricordato che la statua di Santa Rita, sta là all’entrata della chiesa non perché ci fermiamo là, ma perché partendo di là veniamo qui, e qui cosa troviamo? Qui troviamo la Croce, qui troviamo l’Altare, cioè troviamo Gesù Cristo. Così i Santi ci portano a Gesù Cristo e pregano per noi. Dunque noi dobbiamo ricorrere all’intercessione dei Santi, per chiedere le loro grazie, ma quali grazie? Attenti bene. Quali grazie? Certo anche le grazie di cui abbiamo bisogno per questa vita che passa, per il nostro corpo, per la nostra salute, per i nostri interessi. Dopotutto Gesù, pregato dalla Madonna a Cana, non ha cambiato l’acqua in vino, non ha moltiplicato due volte i pani, non ha guarito un’infinità di ammalati? Certo il Signore fa anche queste grazie, per l’intercessione dei Santi; ma c’è qualche grazia che conta di più: è la grazia, lo dicevo già, di imitare le virtù di Santa Rita, la sua bontà, il suo amore per il prossimo, il suo spirito di preghiera, di sacrificio.

I Santi, dunque, sono fatti per condurci a Gesù Cristo. Perciò il Concilio dice ancora: “Ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai Santi, per sua natura tende e termina a Cristo, che è la “corona di tutti i Santi” e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi Santi e in essi è glorificato” (LG 50). Sarà capitato anche a voi come è capitato a me di sentire, di leggere chi accusa la devozione ai Santi come se fosse una superstizione; ebbene, probabilmente ci sono dei cristiani che praticano la devozione ai Santi o credono di praticarla in modo superstizioso, quando si dimenticano di Gesù Cristo. Non so se devo raccontarvi un piccolo episodio che sembra una barzelletta ma non lo è. Ve lo conto per spiegarmi bene. Viene da me un signore, parecchi anni fa. Mi dice: “Sa, ho avuto una grande grazia, mio figlio che doveva subire un’operazione gravissima è invece guarito senza operazione. Ho pregato Papa Giovanni. E poi ho anche pregato Padre Pio. E poi ho pregato ancora un altro, adesso non mi ricordo, mi aiuti un po’ lei!”. “Ma come faccio a sapere, con tanti Santi che ci sono nel paradiso?”. “Ecco, ora mi ricordo – dice – ho pregato Gesù Cristo!”. Avete capito? Ecco la superstizione, quando ci si ferma ai Santi e si dimentica nostro Signore Gesù Cristo. Non faccio il torto a voi di credere che la pratichiate così la devozione a Santa Rita, ma è necessario ricordarsi sempre che Santa Rita ci porta a nostro Signore Gesù Cristo e che Gesù Cristo è morto sulla croce per ottenerci il perdono dei peccati; e quindi, se vogliamo essere devoti dei Santi, bisogna che noi, sul serio, ci scrolliamo di dosso i nostri peccati e cerchiamo di convertirci, cerchiamo di cambiar vita decisamente, di compiere integralmente il nostro dovere cristiano con la grazia di Dio.

 

Invito alla speranza

Ancora un pensiero che ci viene suggerito dal Concilio. La devozione ai Santi e quindi anche la devozione a Santa Rita, è un invito alla speranza. I Santi, l’abbiamo detto dal principio, sono i nostri fratelli che non sono più in viaggio sulla terra come siamo noi, ma che hanno raggiunto la mèta, la patria che è il paradiso. Così i Santi ci ricordano che c’è una vita futura, perché essi sono vivi come noi e più di noi e ci ricordano che anche noi siamo chiamati a regnare con Cristo glorioso. I Santi ci richiamano questa realtà, che “tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10), e alla fine del mondo “ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,29). Ecco la vita futura: la morte, il giudizio, il paradiso a cui il Signore ci chiama e l’inferno in cui disgraziatamente potremmo cadere se fino all’ultimo resistessimo alla grazia del Signore che ci vuole salvi. I Santi ci ricordano che appunto c’è un’altra vita che ci attende. I Santi ci animano a quella che nella liturgia della Messa chiameremo anche oggi “la beata speranza”; la speranza che già in questa vita deve accompagnarci: povera nostra vita se noi perdessimo la speranza. Ebbene i Santi ci sono vicini come amici buoni che ci aiutano a sperare. Non è vero che qualche volta, quando ci sentiamo preoccupati e addolorati, e non vediamo più uno spiraglio di luce attorno a noi, se ad un certo momento si avvicina una persona della famiglia o una persona amica in cui abbiamo piena fiducia, a cui possiamo aprire il cuore, sfogarci, allora la speranza rinasce nell’animo nostro e ricominciamo con serenità e fiducia il nostro cammino? Così i Santi ci aiutano per questo. Il Concilio ce lo ricorda col richiamo alle parole di S. Paolo: “Stimando quindi che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18), forti nella fede “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13), “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21)” (LG 49).

Un momento fa, nella lettura, San Paolo ci ha fatto sentire il suo invito: “Siate lieti nella speranza” (Rm 12,12). Vorrei concludere così, vorrei che ascoltassimo proprio come dalle labbra e dal cuore di Santa Rita questo invito: “Siate lieti nella speranza”, nella speranza che il Signore ci sarà vicino in mezzo alle prove e alle tribolazioni di ogni giorno, nella speranza che Egli aiuterà specialmente quelli che sono più provati dalla sofferenza, dalla miseria, dall’oppressione, dalla fame, dallo sfruttamento e che noi dobbiamo cercare di aiutare per essere collaboratori della loro gioia, come dice altrove San Paolo; la speranza in quella vita futura a cui siamo chiamati e nella quale le sofferenze della vita presente troveranno la loro ricompensa eterna. Questa speranza, carissimi, ci animi nella preghiera con cui adesso riprendiamo la nostra celebrazione, specialmente nella liturgia eucaristica in cui Gesù, che è la sorgente della nostra speranza, si farà presente per assicurarci del suo amore, del suo aiuto.

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