Rinnovamento e riconciliazione

Omelia del 22 maggio 1974

 

Vogliamo tornare indietro di oltre cinquecento anni, precisamente al 1450. Santa Rita si trovava da parecchi anni nel suo convento. In quell’anno il papa Nicolò V indisse un solenne Giubileo: un Anno Santo. Santa Rita desiderava tanto di parteciparvi andando in pellegrinaggio a Roma insieme con alcune consorelle, ma il terribile male che la tormentava le rendeva la cosa impossibile. Secondo la tradizione che ci è riferita, pregò il Signore che le consentisse di adempiere questo desiderio; fu guarita e poté partecipare al pellegrinaggio dell’Anno Santo.

L’Anno Santo

Ebbene quest’anno la festa di Santa Rita cade nell’Anno Santo. Mi pare giusto che la vediamo in questa luce, poiché tutti siamo impegnati a seguire l’invito del Papa, l’invito di tutta la Chiesa a entrare nello spirito dell’Anno Santo. Anno di grazia, anno di benedizione. Noi ci rivolgiamo a Santa Rita nella nostra preghiera, chiedendo a lei di intercedere presso Gesù, l’unico mediatore, per ottenerci tutte le grazie di cui abbiamo bisogno. Ma soprattutto ci rivolgiamo a Santa Rita per meditare sugli esempi che ci ha dato, perché ai Santi dobbiamo pensare come ai nostri modelli. Possiamo comprendere gli esempi che ci ha dato Santa Rita meditando sulla parola di Dio che abbiamo ascoltato in questo momento. Gesù, nell’ultima sera della sua vita, nel Cenacolo, parla agli Apostoli e, tra l’altro, dice: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie...Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me” (Gv 15,1-4). Cosa ci dice Gesù? Che noi siamo uniti con lui in forza del Battesimo, come i tralci sono uniti alla vite e fanno una cosa sola con la vite. E allora? Allora cerchiamo di vivere la vita di Gesù Cristo.

Anno di rinnovamento

L’Anno Santo è un invito al rinnovamento, alla conversione. Cosa vuol dire rinnovarci? Vuol dire unirci a Gesù Cristo nell’intimo nostro, vivere la sua vita. Cosa vuol dire convertirci? Vuol dire ritornare a Gesù Cristo dal quale ci siamo allontanati col peccato. È un invito, dunque, alla conversione, un invito a detestare il nostro peccato, a chiederne sinceramente perdono e a proporre di cambiare vita, di cambiare tutto quello che è contrario in noi alla legge di Dio, che è legge di amore verso Dio e verso il prossimo. Convertirci a Gesù Cristo!

Pensiamo all’esempio che ci dà Santa Rita, al suo spirito di preghiera, per cui passava le notti nella contemplazione della passione di Gesù Cristo. Pensiamo alla unione con Gesù Cristo sofferente che le fu concessa in modo singolarissimo e che per lei fu motivo di grandissime sofferenze sopportate, non solo con rassegnazione, ma con gioia per rassomigliare di più a nostro Signore Gesù Cristo. Non è questo che chiede il Signore a ciascuno di noi? Però ci chiede di ritornare a Gesù, ritornare a Gesù nello spirito di preghiera, nello spirito di fede, nel mettere lui al centro di tutta la nostra vita. Pentimento! Conversione! Lo so che molti che vengono a Santa Rita profittano di questa festa per fare la loro confessione, per alcuni la confessione pasquale, per altri una confessione di cui sentono il bisogno per purificare sempre di più la loro coscienza perché Gesù dice: “Ogni tralcio che porta frutto (il Padre) lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2). Cioè abbiamo bisogno, con l’aiuto del Padre celeste, di tagliare in noi tutto ciò che è peccato, per essere puri davanti agli occhi di Dio. Una cosa sola vorrei ricordare: la confessione, la confessione pasquale, ogni confessione che noi facciamo dev’essere veramente un impegno di conversione. Non si tratta soltanto di snocciolare una serie di peccati, ma si tratta di riconoscersi peccatori, di voler cambiare, con la grazia di Dio, guardando a fondo nella nostra coscienza per domandarci cos’è che non ci permette di rimanere uniti a Gesù Cristo come il tralcio alla vite.

 

Anno di riconciliazione

L’Anno Santo, ci ha detto ancora il Papa, è anno di riconciliazione. Riconciliazione! Cioè, se c’è stata una rottura fra noi e Dio, fra noi e Gesù Cristo, dobbiamo rimediare a questa rottura ritornando a lui nel pentimento sincero. Ma riconciliazione vuol dire anche riconciliarsi con i fratelli. San Paolo, nella lettura, ci presenta tutto un programma sul modo di vivere nella riconciliazione con i fratelli. Ci dice cosa dobbiamo evitare e cosa dobbiamo fare. “La carità non abbia finzioni” (Rm 12,9): non una carità apparente soltanto, che non può ingannare gli occhi di Dio. “Non siate pigri nello zelo” (Rm 12,11): non lasciamoci prendere dalla pigrizia nell’aiutare i nostri fratelli. “Benedite e non maledite” (Rm 12,14). “Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12,16): evitare la superbia, evitare tutto ciò che turba i nostri rapporti col prossimo. “Non rendete a nessuno male per male” (Rm 12,17). Sarebbe uno sbaglio ben grave se qualcuno credesse di essere devoto dei Santi, di essere cristiano, mentre coltiva nel cuore risentimenti, rancori, desideri di vendetta, gelosie, invidie, e tutto ciò che conturba quell’atmosfera di amore che deve regnare fra i cristiani.

L’esempio di Santa Rita

Santa Rita, anche a questo riguardo, ci è di mirabile esempio. Non vendicarsi, perdonare, non rendere a nessuno male per male. Ricordiamo solo la prova tremenda a cui la Santa fu sottoposta quando suo marito fu ucciso brutalmente ed essa perdonò, perdonò di cuore. E fece tutto il possibile perché i suoi due figli, che non potevano dimenticare l’atroce offesa recata al padre, anch’essi s’inducessero a perdonare. Santa Rita ci è di esempio in questo spirito di riconciliazione, di carità fraterna, non solo nel perdono, ma in tutto quello che è l’aspetto positivo di questo amore fraterno.

Dice qui San Paolo: “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12,10). Dunque non chiudersi nel nostro egoismo, ma aprirsi agli altri, con vero affetto di fratelli. “Siate ferventi nello spirito, servite il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità” (Rm 12, 11-13). C’è qui tutto un programma magnifico di vita cristiana. Vorrei suggerirvi, quando tornate a casa, se avete, come mi auguro, una Bibbia o almeno il Nuovo Testamento, andate a prendere la lettera ai Romani di San Paolo al capitolo 12 e rileggete quello che abbiamo sentito leggere in questo momento. “Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini” (Rm 12,17): ecco la grande preoccupazione. Che noi pensiamo di star bene è giusto. Che noi cerchiamo di trovare sollievo nelle nostre pene, nelle nostre ansie, che chiediamo ai Santi che intercedano per noi per liberarci dalle sofferenze che ci tormentano: tutto questo è legittimo. Ma sempre a condizione che miriamo al bene vero nostro e di tutti gli uomini. Prima di tutto al bene dell’anima, alla fede, alla grazia di Dio e a quel bene infinito che ci attende nell’eternità. “Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini” (Rm 12,17). La carità deve estendersi a tutti. Penso ai molti che, grazie a Dio, questo lo comprendono e non soltanto aiutano i bisognosi che sono vicini, ma si preoccupano dei fratelli lontani, del Terzo mondo; penso a tutti coloro che senza odio e senza violenza, ma con profondo senso di giustizia, nel rispetto dei diritti di tutti, si adoperano perché la società diventi più giusta, più aperta alle necessità di tutti i fratelli, specialmente dei più poveri, di quelli che non possono far sentire la loro voce. “Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18); ecco il programma di Paolo: stare in pace con tutti. Se rifiutiamo di stare in pace, anche solo con uno dei nostri fratelli, non adempiamo il programma propostoci dalla parola di Dio e non imitiamo Santa Rita. Pensiamo agli esempi che essa diede: primo, nella sua vita coniugale, di una sopportazione eroica del carattere molto difficile di suo marito, e poi nella vita claustrale nella pratica della carità, della comunione perfetta con le sue consorelle, di cui essa fu modello per tutta la sua vita. Dice perfino San Paolo: “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12,20-21). Ecco dunque: programma di bontà, programma di carità, programma di amore fraterno.

Carissimi, siamo qui per la celebrazione della Messa. Là, in fondo, presso la porta della chiesa, c’è la statua della Santa che oggi noi, fervorosamente, veneriamo e invochiamo. Qui c’è l’Altare; l’Altare sul quale stiamo per offrire il Santo Sacrificio, come per dirci che Santa Rita, così come tutti i Santi, vuole portarci a Gesù; vuole condurci a Gesù intercedendo per noi le grazie di conversione, di maggior fede, di maggior amore; vuole portarci a Gesù proponendoci il suo esempio a nostra imitazione.

Con questi sentimenti continuiamo la nostra celebrazione, con l’impegno di entrare nello spirito dell’Anno Santo, di vedere tutto ciò che nella nostra vita va contro l’amore di Dio per noi e di riconciliarci, per vivere in carità sempre più sincera e generosa con tutti i nostri fratelli.

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