Mons. Giovanni Baloire, fondatore del Santuario di S. Rita da Cascia di Torino, spese tutta la sua vita per la realizzazione di quello che è uno dei più famosi santuari di questa città. Egli appartenne ad una schiera di sacerdoti torinesi costruttori di chiese nel periodo in cui Torino iniziò la sua espansione edilizia nella prima cintura, attenti ai segni dei tempi ed alle esigenze della gente che arrivava alla grande città dai paesi del Piemonte, prima, e dal sud, nel dopoguerra, rincorrendo una possibilità di lavoro che nei loro luoghi di origine non trovavano. Questi sacerdoti seppero operare per dare alla loro gente chiese accoglienti in cui riunirsi come popolo di Dio e strutture di supporto per le attività pastorali, luoghi di accoglienza per le necessità di crescita e sviluppo. Restano come testimonianza che Dio suscita in ogni tempo gli uomini adatti per l’annuncio del Vangelo in ogni luogo.
Mons. Giovanni Baloire nacque il 17 giugno 1885 a Rivoli (To), primo dei cinque figli avuti da Simone nel secondo matrimonio con Maria Anna Negro, dopo ai tre del primo matrimonio con Maria Aurilotto, deceduta nel 1883. Incoraggiato dal suo parroco, entrò nel Seminario di Giaveno nell’ottobre 1896. Seguì gli studi con profitto e serietà e conseguì il 27 aprile 1908 la Laurea in Teologia nella Facoltà Teologica di Torino. Venne ordinato sacerdote il 28 giugno dello stesso anno a Torino dal card. Agostino Richelmy nella cappella dell’Istituto Cenacolo di Torino. Il 1 Luglio 1910 conseguì una seconda laurea in diritto civile ed ecclesiastico alla Pontificia Facoltà Giuridica sempre in Torino.
Dal luglio 1910 al giugno 1913 fu viceparroco nella parrocchia di S.Maria della Pieve di Savigliano (Cn) e dal giugno 1913 all’estate del 1916, fu viceparroco a Carignano (To) nella parrocchia di S.Giovanni Battista e Remigio. Tra l’estate del 1916 e il marzo 1919, il servizio militare portò il giovane sacerdote nella scuola Giuseppe Mazzini di via Tripoli in Torino, insieme a molti altri sacerdoti. Le caserme confinavano con l’estensione dei prati interrotti soltanto dalle nuove scuole, dalle case popolari e da alcune casette e cascine sparse in quell’ampio territorio largo e lungo circa 5 chilometri che allora dipendeva dalle parrocchie della Crocetta e del Lingotto: la situazione della zona rimase nella fantasia e nel cuore del giovane sacerdote, anche dopo aver completato il suo servizio militare nella Sanità sul Carso, sull’Altipiano di Asiago e in Dalmazia.
Nell’aprile 1919, terminata la guerra, venne inviato come viceparroco a S. Secondo in Torino, accanto a mons. Giovanni Battista Pinardi, ove rimase fino al 15 aprile 1928, giorno della inaugurazione della Cappella di S. Rita alla Barriera di Orbassano di Torino.
Presso la parrocchia di S. Secondo in qualità di viceparroco aveva la cura del catechismo, del piccolo clero, dell’oratorio e in particolare di uno degli altari della chiesa: quello dedicato a S. Rita. Proprio ai piedi di quell’altare sbocciò in lui l’idea di erigere un santuario alla Santa degli Impossibili. Fece fiorire la devozione alla Santa, creando la Compagnia dei devoti di S. Rita e il “bollettino”, e circondandosi di un gruppo di Zelatrici, che anche in seguito gli furono di grande aiuto per reperire i fondi necessari a portare a termine la sua opera. Con questi strumenti e la sua grande fede portò avanti, fra mille difficoltà e incomprensioni, il suo progetto per la realizzazione della chiesa proprio nel luogo dove era stato da militare e già allora aveva colpito la sua attenzione.
Ma la sua preoccupazione non fu solo la costruzione di una chiesa di mattoni. Dopo pochi giorni dalla nascita nella nuova Comunità Parrocchiale, nel maggio 1928, vennero celebrati i primi battesimi, un matrimonio ed un funerale.
La sua predilezione per i ragazzi fece si che tra le opere annesse alla chiesa ci fossero ampi locali per il catechismo e l’oratorio. Istituì una “schola cantorum”, curò il piccolo clero, diede vita alle varie associazioni di Azione Cattolica. Si preoccupò anche degli adulti e fin dal 1933, in parrocchia risultano presenti Gruppi di Azione Cattolica di Uomini e Donne.
La figura del fondatore è stata sottolineata dai suoi collaboratori e da quanti lo conobbero:
“..Il Signore concesse a lui, in misura fuori dell’ordinario, il talento del costruttore ed egli lo fece fruttificare con pazienza, con perseveranza, con coraggio, con tenacia piemontese. ..Insopportabili per lui gli imbroglioni e i fannulloni... Di qui la giusta stima del denaro, dato a lui in consegna dal Signore e che egli amministrava con parsimonia... Di qui la povertà della sua casa ed il distacco dal denaro, che fanno da magnifica cornice alla sua figura.   ..Visse sempre da povero... La sua povertà non era avarizia ma rispetto sommo, scrupoloso del denaro, di cui si considerava solo amministratore e che tutto volle destinato alle opere del Signore...
...Monsignore non era uno uomo che si lasciasse comprendere intimamente con molta facilità. Chi però riusciva a scrostarne la ruvida e alle volte scostante epidermide, trovava un grande cuore. ....
Aiutò i poveri, dando incremento alla Conferenza di S. Vincenzo, mise una cura speciale nell’avvicinare i sacerdoti poveri e quelli infermi, ai quali diede il conforto dello spirito e dell’aiuto materiale; aiutò le opere diocesane in misura tutt’altro che ristretta, perché le esigenze del suo spirito apostolico non potevano essere appagate dalle realizzazioni parrocchiali. ....”[3]
Il Vescovo Coadiutore di Torino mons. Tinivella, il 31 marzo 1963, giorno in cui le spoglie del fondatore venivano sistemate nella cripta della “sua” chiesa affermava: “Egli non ha costruito soltanto la chiesa, egli ha voluto un complesso di opere parrocchiali, per cui, antiveggente, ha provveduto a quelle che sarebbero state quasi tutte le future necessità.”[4]
Infatti oltre alla chiesa, ai cortili, al cinema-teatro, fece costruire l’asilo affidandolo alle suore della Carità di S. Vincenzo, che aveva fatto arrivare nella zona fin dal 1941.
Negli anni cinquanta, con la costruzione dei nuovi quartieri residenziali e il grande aumento della popolazione, capì che la comunità era diventata troppo numerosa e promosse il sorgere di nuove parrocchie con la suddivisione del territorio iniziale. Diede vigore a molte vocazioni sacerdotali ed alla vita religiosa.
Le spoglie del canonico Baloire riposano nella cripta sotto l’altare maggiore del santuario. I parrocchiani gli hanno dedicato un busto in marmo posto nella navata sinistra accanto alla cappella del Sacro Cuore. Di lui esiste anche un bel dipinto del pittore Caffaro Rore, per cui egli stesso aveva posato, conservato nei locali parrocchiali.

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